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16.11.2011 - I radioamatori che hanno trasformato l'ex base Nato in un museo

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Un gruppo di parmigiani dal 2005 hanno in concessione la stazione radio sulla cima del Monte del Giogo, tra Parma e Massa, utilizzata dagli americani durante la Guerra fredda. "Nessuna istituzione ci ha mai dato un soldo per rimettere a nuovo questo posto: è tutto frutto della nostra passione - Qui la galleria foto

base_nato

 

All'ingresso, inchiodato alle robuste sbarre di metallo della cancellata, c'è un cartello: "Zona pericolosa". Il filo spinato corre minaccioso lungo l'intero perimetro dell'area, una telecamera accesa 24 ore su 24 registra qualsiasi movimento avvenga nei pressi dell'entrata. Già sul ciglio della stradina ripida e sconnessa che porta all'ingresso una scritta avvertiva: "Vietato l'ingresso". Ma disobbedendo si arriva a questo sbarramento in ferro dai tratti sinistri, sul quale si infrange il sentiero asfaltato che porta al cocuzzolo della montagna.

Siamo sulla cima del Monte del Giogo, Appennino tosco-emiliano, 1.500 metri sul livello del mare. Regione Toscana, provincia di Massa Carrara, Comune di Comano. Una manciata di chilometri più giù si parla, e si produce, il parmigiano. Parma è ad un'ora di macchina, ma sono pochi, in città, a sapere che la Guerra Fredda è passata anche da questa vetta della Lunigiana, silenziosa solo in apparenza. Dall'altra parte del cancello sorge l'ex base Nato "Livorno", una tra le più importanti stazioni radio dell'Alleanza Atlantica ai tempi della contrapposizione tra i due Blocchi. Dal 1958, per oltre trent'anni, questo complesso da 20mila metri quadrati ha fatto da ponte a comunicazioni chiave sulla sorveglianza dei confini con i Paesi aderenti al Patto di Varsavia. Kennedy, Kruscev, Regan, Gorbaciov: le loro voci, e quelle dei loro generali, sono transitate anche da qui. Poi, un giorno, dall'altra parte dell'Oceano arrivò l'ordine di chiudere il presidio per far spazio ai collegamenti satellitari. Era un gelido mattino dell'inverno 1995, il Muro di Berlino era crollato da più di un lustro e i militari addetti alle apparecchiature radio lasciarono il Giogo per sempre.

 

Da allora sono passati quasi 17 anni, ma le due coppie di antenne paraboloidi da 20 metri di diametro ciascuna sono ancora lì, sulla punta estrema del monte, a guardare da vicino il cielo e rapire gli occhi di chi entra nella base per la prima volta: enormi orecchie dell'Europa filo-americana, simbolo monumentale della civiltà delle telecomunicazioni. Due puntano verso la stazione francese di Nizza, due verso quella romana della Tolfa. C'è anche un traliccio, alto circa 25 metri, con altri due paraboloidi, più piccoli, che comunicavano con il presidio bresciano di Dosso dei Galli. Dalla Norvegia alla Turchia, erano 49 in tutto le stazioni europee rientranti nel Network Nato denominato "Ace High Troposcatter" (basato cioè sulla diffusione di onde elettromagnetiche nella Troposfera).

 

Dalla cima del Giogo la vista tira fino al Golfo di La Spezia. Quando il cielo è terso, assicura chi questa vetta la conosce bene, si riescono a scorgere persino la Corsica, da un lato, ed i Colli Euganei, dall'altro. Il Passo del Lagastrello è appena più giù, nascosto tra i boschi di querce popolati da cinghiali e cacciatori di funghi gelosi della loro zona. Fa una certa impressione pensare che, nel momento stesso in cui qualcuno stava gustando un piatto di tortelli alla Trattoria Mirca di Rigoso, sui fondali del vicino Mar Ligure un sottomarino russo cercava di intercettare informazioni destinate alle base Livorno. "Ha un ché di misterioso l'attrazione che il Giogo è in grado di suscitare", sospira il signor Marco Toni, appassionato radioamatore di Parma. "Finché non vieni quassù non puoi capire". Cappellino con la visiera, ciuffo bianco che spunta sopra le orecchie, mani da lavoratore, Toni è il presidente del Gruppo "Ari (Associazione Italiana Radioamatori) Scatter Monte del Giogo", la squadra di tecnici, tutti parmigiani, a cui dal 2005 l'Agenzia del Demanio ha dato in concessione l'ex base.

Prima, per una decina d'anni, il complesso era rimasto abbandonato a se stesso. Sebbene il filo spinato e i severi cartelli di avvertimento siano rimasti in piedi, infatti, al suo addio la Nato aveva lasciato i cancelli aperti, riconsegnando virtualmente l'area alla collettività, ma qualcuno di Comano  -  si mormora un rappresentante delle istituzioni  -  se n'era appropriato, facendo dei fabbricati in disuso la propria stalla. "C'erano cavalli, vacche al pascolo e letame sparso ovunque, quando siamo arrivati qui per la prima volta", racconta Toni. Poi, lui e gli altri del gruppo Ari hanno preso chiavi inglesi e bulloni e riportato il complesso alla sua originaria funzione: le telecomunicazioni. Prima hanno installato ripetitori per Protezione Civile, Tim, Vigili del Fuoco e Carabinieri. Poi hanno trasformato quella che un tempo era la sala operativa (500 metri quadrati) nel primo museo italiano sulle apparecchiature radio usate a scopi di difesa. Mica come disse un paio d'anni fa alla televisione quell'inviato di Striscia la Notizia, che si era intrufolato abusivamente nell'ex base quando non c'era nessuno e aveva raccontato di un'area inutilizzata e lasciata marcire nel disinteresse totale.

 

Certo, escluso quello posto sulla sommità del monte, gli altri fabbricati sono effettivamente un cumulo di calcinacci e finestre staccate, "ma  -  fa notare Toni  -   dalle istituzioni nessuno ci ha mai dato un euro". "Quello che abbiamo fatto qui  -  aggiunge  -  è frutto dei soldi e della passione di noi radioamatori". Su un muro, una scritta a bomboletta informa che "nello scantinato c'è uno skeletro" (sic). Notizia vera: si tratta della reliquia di una pecora. L'ex base, nel corso degli anni, ha subito vandalismi di ogni tipo: l'ultimo nel giugno 2010, quando all'ombra dei paraboloidi si tenne un rave clandestino. Il mattino seguente i tecnici del gruppo Scatter arrivarono su e trovarono sul prato e dentro i locali una distesa di 200 ragazzi ancora frastornati. "Fuori dal cancello ad aspettarli c'erano i Carabinieri", sorride Toni. Poi, il presidente si volta e a gran voce chiama un amico: "Filippo, vieni qua! Raccontagli di quando sei andato a Pantelleria e hai scoperto che i paraboloidi prendono fino in Sicilia".

Sembrano bambini che mangiano la cioccolata, il signor Toni e gli altri radioamatori, quando attaccano a parlare di onde e antenne. E non sono i soli. "Le telecomunicazioni sono come una droga", conferma in tono affascinato Luciano Barberis, ex colonnello Nato, per 27 anni responsabile tecnico della Rete Ace High in Italia e a Malta. Genovese, fisico asciutto e occhio sveglio, Barberis è in pensione dal 1998, ma di quel periodo ricorda tutto: "Ho fatto una vita matta  -  riflette  - , ero sempre in giro come uno zingaro. In meno di 30 anni ho fatto 3 milioni di chilometri di auto, passavo dai 2000 metri di Dosso dei Galli alle spiagge di Valletta". "La famiglia è quella che ha patito di più  -  riconosce  - , a casa ci si tornava il venerdì, quando si poteva, e si ripartiva la domenica". Le comunicazioni, però, andavano avanti anche durante il weekend: "Il flusso di onde non doveva mai interrompersi  -  spiega l'ex colonnello -, se il segnale rimaneva assente per più di un minuto eravamo obbligati a fare rapporto scritto". "Ma le apparecchiature  -  chiarisce fiero  -  erano all'avanguardia: in caso di attacco nucleare o missilistico, l'allarme arrivava a tutte le stazioni europee nel giro di 30 secondi".

Comandante della base Livorno in quegli anni era Ersilio Brugnoni: ascolano di nascita, comanino di adozione. "Tra personale Nato e Carabinieri  -  ricorda  -  eravamo circa in 25 alla base: una piccola comunità molto affiatata". Tecnici, più che militari. "Il bunker? Mai usato in 30 anni". Brugnoni arrivò al Giogo per la prima volta nel 1966 e da allora non ha più lasciato la Lunigiana. Colpa di quella sua divisa militare che fece breccia nel cuore di una ragazza giù in paese. L'ex comandante la sposò e ancora oggi, pensionato, vive con lei e i loro figli a Comano.

 

Il paese andava d'accordo con i militari, osserva Giorgio Galeazzi, che di Comano è stato sindaco tra gli anni Settanta e Ottanta e che di Brugnoni è grande amico. "La sera  -  dice  -  ci si trovava insieme a bere un bicchiere, si andavano a vedere gli allenamenti dello Spezia calcio, che d'estate veniva qua per il ritiro precampionato. E poi facevano girare l'economia". Il benzinaio lungo via La Costa rimpiange quei tempi: quando le camionette della Nato gli assicuravano 50 litri di benzina al giorno. E anche Arturo Mori, presidente della Pro Loco di Comano ricorda con una punta di nostalgia gli anni della base Livorno: "La strada che porta alla cima del Giogo  -  fa notare  -  la asfaltarono i militari".
Nel 1972, racconta l'ex sindaco Galeazzi, Comano fu colpita da una terribile alluvione: il torrente Taverone si portò via il ponte di Tavernelle, le strade di montagna si spaccarono e il paese rimase isolato, senza luce e con un fiume di fango e animali morti che scorreva lungo la via principale. Scene che ricordano il dramma delle settimane scorse nelle vicinissime Aulla e Cinque Terre. "Fu grazie alla stazione del Giogo che riuscimmo a dare soccorso alla popolazione  -  sottolinea con l'indice alzato Galeazzi  - : la Prefettura comunicava le indicazioni al presidio Nato e la Nato le girava alla caserma dei Carabinieri".

A Comano la gente preferisce Parma a Massa Carrara. Lo dicono tutti: l'ex sindaco, il presidente della Pro Loco, gli albergatori. Arturo Ferrari, titolare della pensione Miramonti si lamenta dei turisti italiani, "i più maleducati", e degli affari che non vanno più come un tempo: "Il paese è morto", constata amaro.


Dal centro di Comano, levando le sguardo all'Appennino, si riconosce, piccolissimo lassù, il bianco delle antenne paraboloidi dell'ex base. Posto in cima alle montagne, l'ex presidio ricorda una roccaforte medioevale che sorveglia la vallata. E in effetti anch'esso può essere considerato un pezzo di archeologia militare. Poi, riportando gli occhi al paese, si scopre che la piazza di fianco al Municipio porta il nome di Guglielmo Marconi, l'inventore della radio. E allora si capisce che, forse, è tutto "collegato".

 

Fonte: Repubblica.it


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